lunedì 25 febbraio 2019

Recensione 'Resto qui' di Marco Balzano


RESTO QUI di Marco Balzano │ Editore: Einaudi │ Pagine: 180 │ Prezzo: 18,00€


Curon Venosta, in Alto Adige, è uno di quei paesini che punteggiano le Alpi, non lontano da Svizzera e Austria. Un luogo ai margini del tempo dove la vita, immobile, è scandita dal ritmo delle stagioni, dove ci sono solo mucche e contadini, masi e boschi, prati verdeggianti e pianure, dove l'italiano è una lingua esotica perché si parla il tedesco e dove la storia non arriva, proprio come un'eco che si perde strada facendo. È con questo paesaggio bucolico sullo sfondo che la voce schietta ed essenziale di Trina, senza perdersi in inutili giri di parole, si svela al lettore raccontando della sua giovinezza, del sogno di diventare insegnante e del sentimento d'amore nei confronti di Erich, il giovane che spiava dallo stipite della porta di casa e che poi sarebbe diventato suo marito e padre dei suoi figli.

Ed è attraverso i suoi occhi che, in un arco temporale che, partendo dagli anni '20 del Novecento, che coincidono con il ventennio fascista, attraversando il secondo conflitto mondiale per spingersi fino ai primi anni del dopoguerra, assistiamo all'arrivo del fascismo, prima, e del nazismo, poi. 
Il fascismo che ribattezza ogni cosa, italianizzando i nomi e sostituendo le insegne dei negozi, che occupa gli edifici pubblici, licenziando i tirolesi per impiegare gli italiani, che vieta di parlare il tedesco obbligando l'insegnamento in lingua italiana, che impone coprifuochi e adunate per il passaggio del podestà, che sottrae agli abitanti l'identità, abituandoli a non essere più se stessi, con il costante bisogno di sopravvivere piuttosto che di combattere e ribellarsi. 
Il nazismo, invece, che divide la popolazione mettendo gli uni contro gli altri: optanti e restanti. I primi a favore del Reich e della promessa di libertà e benessere in un territorio come quello della Germania, pronto ad accoglierli; i secondi, radicati saldamente alla terra natia, restii all'incanto del mito nazista e di Hitler, visto dalla maggior parte delle popolazioni di confine come il salvatore.

Con lo scoppio del secondo conflitto mondiale, però, la speranza riposta nelle mani del Reich si rivela una mera illusione. L'esercito tedesco si tramuta in occupante e Trina è costretta ad assistere, impotente, all'arruolamento volontario del figlio Michael, e poi a fuggire sulle montagne con il marito Erich che, disgustato dalle brutture della guerra, decide di disertare. Sono gli anni della paura di essere scoperti, della fatica, della fame, del buio e della solitudine, che li vedranno tornare a casa solo con la fine della guerra.
Tuttavia, la vera resistenza inizia proprio a ridosso del dopoguerra, quando a Curon il silenzio fermo delle montagne viene sepolto dal rumore incessante delle macchine che, instancabili, giorno e notte, lavorano alla realizzazione di un invaso artificiale per la produzione di energia elettrica. A nulla serviranno le proteste degli abitanti che dovranno abbandonare campi e case, fatte crollare a suon di tritolo, abbattere gli animali ed assistere alla completa scomparsa dell'abitato sotto metri di acqua da cui, ancora oggi, affiora, imponente ed impotente, la punta del Campanile della chiesa.

Con una scrittura evocativa, essenziale e lineare, Balzano non ci racconta una sola storia ma si ha l'impressione che, in queste pagine, ne siano racchiuse molte di più.
Si parla di oppressione e persecuzione; di guerra e diserzione; di lingue, italiano e tedesco, che diventano marchi di razza, muri che continuano ad alzarsi e vere e proprie dichiarazioni di guerra; di abbandoni e di ritorni; di amore per la propria terra; di coraggio; dell'importanza e dell'impotenza delle parole; della gente che ha lottato per non farsi derubare i giorni dai troppi pensieri.

Nonostante la narrazione in prima persona della protagonista, che per l'intimità dei toni sembra essere una sorta di lettera-confessione rivolta alla figlia scomparsa, la sua voce malinconica racchiude una coralità di espressioni attraverso cui far rivivere il suono della voce di ogni singolo abitante. I cosiddetti vinti, che possono trovare conforto solo ricordando. E l'intento dell'autore è proprio questo: restituire vita alla storia e alla memoria.
Resistere e restare diventano le uniche voci verbali capaci di scandire il tempo di un romanzo ricco di sfumature, e che può essere definito tale per via dei personaggi e del loro vissuto che sono frutto della fantasia dell'autore, ma che è anche una ricostruzione di quanto realmente accaduto alla cittadina di Curon e alla sua comunità.

Ed è in preda all'emozione, mentre le pagine scorrono di pari passo alla storia raccontata da Trina, che il lettore inizia a rendersi conto di come, sotto quella distesa di acqua, ci siano i resti del mondo che fu, voci che si rincorrono, che sussurrano al suo orecchio per essere ascoltate, voci verso le quali tendere le proprie mani per afferrare quel poco che resta.

Resto qui non è solo il titolo di un romanzo. È l'accostamento di un verbo e un avverbio nei quali è fortemente radicato il senso profondo di una scelta consapevole e coraggiosa. Resto qui è un grido, anzi il grido, dei semplici e degli umili, quelli di cui Marco Balzano si prefigge di raccontare affidandosi alla voce narrante di una di loro, Trina, e alla sua storia intima e personale attraverso cui filtrare una pagina della Storia italiana, quella con la maiuscola, dolorosa e controversa.
Resto qui è una presa di coscienza, un modo per educare il lettore e per metterlo a parte di un avvenimento storico molto poco conosciuto, della violenza del potere e dell'indifferenza di tanti.


11 commenti

  1. Una storia molto bella, che non conoscevo; un romanzo molto giusto. Forse troppo? Se devo essere onesto, non mi ha convinto fino in fondo per quello. A Balzano è piaciuto vincere un po' troppo facile, con una pagina drammatica della Seconda guerra mondiale, con una protagonista fortissima e un po' troppo emancipata per la realtà dei tempi, ma la lettura la scorsa estate mi era sembrata eccessivamente pianificata a tavolino per conquistarmi. :-/

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    1. Premettendo che l'impressione che hai avuto potrebbe starci tutta e la rispetto perché è una sensazione che hai percepito, confesso che, per quel che mi riguarda, la storia raccontata è così potente che ha posto tutto il resto in secondo piano, perfino l'ipotetica pianificazione. D'altronde ognuno di noi lettori è diverso, e questo è il bello :)

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  2. Complimenti, recensione bellissima di un romanzo che ho molto amato (e per vari motivi non sono mai riuscita a recensire).

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  3. Ciao Anna, non ho letto il romanzo ma m'incuriosisce molto, anche perchè l'autore insegna nel mio ex liceo ;-)

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    1. Ariel, ti consiglio di leggerlo perché apre gli occhi su una pagina della nostra storia che io, lo ammetto, non conoscevo.

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  4. Ho amato tanto questo romanzo che non ho recensito, il perché non lo so! Forse erano tante le sensazioni che ho preferito tenerle per me. Strabella recensione la tua e mi ritrovo in ogni parola! Baci!

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    1. Grazie Rosa! Capisco benissimo il perché tu non sia riuscita a scrivere la recensione. Mi ci sono voluti tre giorni per buttarla giù perché le parole non avevano voglia di venirmi a trovare. Poi, però, le ho afferrate. Un bacio :)

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  5. Sono d'accordo con ogni parola scritta, solo che a me ha lasciato poco, quasi niente. Nulla da dire però sul bellissimo ritratto storico :) Solo per questo meriterebbe di essere promosso a pieni voti :)

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  6. Ho letto il libro perché ero presente alla premiazione del Rigoni Stern in Venezia e perché colpito dalla interessante presentazione che ne fece l’autore intervistato. Balzano si è dimostrato nell’occasione un eccellente oratore così come eccellente è la tua recensione che può far solo bene al romanzo, incuriosire e spingere alla lettura. Il libro non mi è piaciuto quanto la presentazione e la recensione, l’ho trovato noioso e pesante soprattutto a causa di uno stile monotono, del fraseggio corto sempre cadenzato allo stesso modo e spento. Anche alcuni particolari come la scelta dei nomi e dei nomignoli l’ho trovata leziosa e stucchevole. La luce si accende qua e là in corrispondenza di eventi particolari dove si riconosce a tratti anche la capacità dell’autore di evocare atmosfere poetiche sinceramente sentite. E’ nel finale che Balzano si riscatta, quando passa cioè dallo stile romanzato alla cronaca storica vera e propria e qui si riconosce una spontaneità stilistica di talento, un po’ pochino tutto sommato per il successo che gli è stato decretato.

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