lunedì 16 aprile 2018

Recensione 'Le poche cose certe' di Valentina Farinaccio


Buongiorno lettori! Diamo il via ad una nuova settimana con la recensione di un romanzo che sembrerebbe non far rumore e invece ne fa tanto. Un romanzo bellissimo quello di Valentina Farinaccio per la casa editrice Mondadori che, ovviamente, ringrazio per la copia.




Le poche cose certe
Valentina Farinaccio


Editore: Mondadori - Genere: Narrativa Contemporanea
Pagine: 150 - Prezzo: 17,00 € - eBook: 8,99€


"Arturo si era convinto di potere una vita speciale, ma poi non muoveva passi, verso l'ignoto, per paura di una vita vera. Il risultato era una vita fasulla, come quella delle formiche inoperose." È da dieci anni che Arturo non sale su un tram. L'ultima volta che lo ha fatto era un giovane attore di belle speranze e andava a incontrare una ragazza perfetta e misteriosa, con il nome di un'isola, quella leggendaria di Platone: Atlantide. Ma il destino cancella il loro appuntamento e, da lì in poi, niente andrà come doveva andare. Oggi Arturo è un quarantenne tormentato da mille paure. Mentre attorno tutto si muove, lui resta fermo, immobile, come un divano rimasto con la plastica addosso in quelle stanze in cui non si entra per paura di sporcare. Quando sale sul tram 14, che da Porta Maggiore scandisce piano tutta la Prenestina, ha un cappellino in testa per nascondere i pensieri scomodi e nella pancia il peso rumoroso dei rimpianti. E mentre i binari scorrono lenti, in una Roma che si risveglia dall'inverno, e la gente sale e scende, ognuno con la sua storia complicata appesa al braccio come una ventiquattrore, Arturo, che nella sua vita sbagliata ha sempre aspettato troppo, fa i conti con il passato, cercando il coraggio di prenotare la sua fermata. Perché nel posto in cui sta andando c'è forse l'ultima possibilità di ricominciare daccapo, e di prendersi quel futuro bello da cui lui è sempre scappato.



Con Le poche cose certe, per quel che mi riguarda, Valentina Farinaccio stravince. Questo succede per l'intensità e l'emozionalità di una storia struggente, per lo stile di scrittura cristallino, costituito da parole che si rincorrono e si agguantano e da frasi evocative che a tratti si lasciano sottolineare permettendo al lettore di vivere il romanzo nel senso più completo del termine, per quell'Anna e Marco di Lucio Dalla che funge da colonna sonora anche della mia di vita e per l'essere riuscita a mettere a nudo le fragilità e le debolezze del protagonista, di sesso maschile per giunta. 

Ed è per questo motivo che partirei propria da lui, Arturo
Arturo, che del protagonista del celebre romanzo della Morante porta solo il nome perché di diventare uomo, prima o poi, non ne vuole proprio sapere, è un inetto. Arturo, la stazza larga di chi può proteggere e distruggere, non ama nessuno, a cominciare da se stesso. Seduto sul fondo del tram numero 14, il cappello calato in testa a proteggere i pensieri, le mani nelle tasche alla ricerca del nulla, in una Roma che ha il colore dell'inizio di Febbraio, Arturo inizia a raccontarsi. 

Tra un passato che è stato lungo e lento ed un futuro che si è quasi scocciato di stare lì ad aspettarlo, tra andate, ritorni e ben poche fermate, tra sconfitte, amori perduti e amicizie sbagliate, la vita di Arturo scorre sotto l'occhio attento del lettore. Emerge chiaro il ritratto di un uomo che ha paura di molte cose: paura di vivere, paura di essere ancora quel bambino che, nel giorno del suo compleanno, soffia sulle candeline con accanto una bottiglia di Vov, paura di mettere un piede davanti all'altro per imparare a camminare, paura di affogare nel mare di possibilità a lui riservate, tanto che preferisce rinunciare.
Ma proprio quando tutto sembra perduto, quando anche i giorni felici diventano tristi, quando il non sentirsi all'altezza e l'ansia di dover nuovamente scappare la fanno da padroni, ecco che qualcosa è pronto a cambiare, se solo Arturo imparasse a stare in piedi.


"Perché le vite degli altri sembrano sempre più riuscite della nostra, ma poi sono sempre uguali alla nostra. E cambiano i nomi, cambiano i vuoti, cambiano gli spazi, ma quello che uno sente dentro, quando l'unica cosa che conta è che non ce la fa, è nient'altro che una straziante e banalissima routine di dolore."


Le poche cose certe è una storia che fa sciogliere il cuore e tremare le gambe perché, nell'inettitudine del protagonista, ogni lettore potrà ritrovare una parte di sé e delle proprie paure. Per giunta arriva un momento, durante la narrazione, in cui l'ansia di vivere di Arturo si riversa sul lettore che, se in un primo momento per quel personaggio non ha trovato delle giustificazioni plausibili, pagina dopo pagina si ritrova a fare il tifo per lui. Ogni volta che il tram si ferma, il lettore, come un passeggero sulla stessa tratta, lo osserva mentre cerca di trovare il coraggio necessario a prenotare la sua di fermata perché, prima o poi, Arturo dovrà scendere in campo, non potrà restare in panchina, per sempre, ad osservare le vite degli altri scorrere davanti ai suoi occhi e pensieri. 

Ho amato profondamente ogni singola pagina di questo romanzo, apprezzato la contrapposizione tra il movimento del tram, metafora del vivere, e la fissità di quel protagonista che ho imparato a conoscere poco alla volta, cercando di capirne le scelte, o meglio le non scelte, e sono arrivata alla conclusione che Le poche cose certe non sia un romanzo da tenere sul comodino, ma direttamente sul cuscino. Un romanzo che, in sole 150 pagine, affronta il famoso male di vivere e lo fa in maniera impeccabile, soppesandone l'importanza e producendo una melodia lieve ma bellissima.





6 commenti:

  1. Devo assolutamente leggerlo, dev'essere bellissimo.

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  2. Mi incuriosisce molto la trama e la tua recensione mi ha ulteriormente convinta a leggerlo! ;)

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  3. Tu e la Bacci mi avete convinta.
    Ciao da Lea

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  4. Ciao Anna! È proprio vero che "le vite degli altri sembrano sempre più riuscite della nostra".
    La tua recensione mi ha messo molta curiosità, spero di leggere presto questo libro.

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